ARTE FIERA 2026 BOLOGNA
Marco Glaviano | Fashion portraits a cura di Deodato arte
4 Febbraio – 4 Aprile
Palazzo Vassé | Via Farini, 14 Bologna
Official opening 4 febbraio 2026 | ore 18:00 su invito
Direzione Artistica: Gaetano La Mantia

In occasione di Arte Fiera Bologna 2026, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati all’arte moderna e contemporanea, Bologna si conferma crocevia culturale e luogo di confronto tra linguaggi, generazioni e visioni. In un contesto di alta concentrazione critica, curatoriale ecollezionistica, la città accoglie un progetto espositivo che dialoga con la storia della fotografia e l’immaginario visivo globale, offrendo una riflessione
sul ruolo dell’immagine, del corpo e dello sguardo nella costruzione della cultura contemporanea
Galleria Cavour, nel tratto di appartenenza a Gioia Martini, accoglie, presso le prestigiose sale di Palazzo Vassé Pietramellara, una mostra dedicata a Marco Glaviano, fotografo italiano di fama internazionale, protagonista e testimone della fotografia glamour e di moda tra il XX e il XXI secolo.
L’esposizione non si limita a celebrare una carriera iconica, ma si fa testimone di un racconto epocale della fotografia mondiale: un periodo in cui alcuni grandi fotografi hanno contribuito a ridefinire i codici visivi della moda, del glamour e del corpo, incidendo in modo duraturo sull’immaginario collettivo.
Attraverso il lavoro di Glaviano, la mostra restituisce il clima culturale di quegli anni e il dialogo implicito con una generazione di fotografi che ha trasformato la fotografia in un linguaggio globale e riconoscibile. In questo contesto, il corpo femminile — troppo spesso ridotto a pura superficie — torna a essere presenza consapevole, carattere, identità. Marco Glaviano è autore di ritratti entrati nella memoria collettiva della fotografia internazionale: dalle grandi icone degli anni Ottanta come Cindy Crawford, Eva Herzigová, Paulina Porizkova e Claudia Schiffer, fino a figure contemporanee come Eleonora Abbagnato.
Tuttavia, la forza delle sue immagini non risiede nella notorietà dei soggetti. L’icona è un mezzo, non un fine: ciò che conta è la qualità dell’incontro, la capacità della fotografia di trasformare una persona in un evento visivo. La silhouette diventa rilievo, architettura, talvolta persino paesaggio.
La mostra, con quasi 100 opere, ripercorre i tratti più riconoscibili della sua ricerca: il trattamento scultoreo del corpo attraverso la luce, il dialogo costante tra forma e spazio, la moda che cessa di essere ornamento per farsi gesto, azione, performance.
Il contributo di Glaviano alla fotografia risiede nella capacità di coniugare rigore formale e intensità emotiva, restituendo immagini che non si limitano a rappresentare, ma costruiscono una presenza. In questo equilibrio tra controllo e naturalezza si definisce una visione che ha inciso in modo
profondo e duraturo sull’immaginario visivo contemporaneo.
A questa lettura critica contribuisce in modo determinante il testo curatoriale di Alessia Glaviano, Head of Global PhotoVogue e Direttrice del PhotoVogue Festival che accompagna l’esposizione con una riflessione approfondita sulla carriera dell’artista e sul suo modo di intendere la bellezza come disciplina, rigore e presenza. La curatela si concentra non solo sull’esito iconico delle immagini, ma sul processo che le genera, mettendo in evidenza il rapporto tra fotografo e soggetto come spazio di negoziazione, fiducia e consapevolezza reciproca.
Come scrive Glaviano nel suo testo: “La bellezza non è un valore accessorio. È una disciplina. Un’attenzione costante al mondo, alle persone, alle relazioni. Un’idea che attraversa ogni cosa e che chiede rigore, responsabilità, presenza”.
Il dialogo tra corpo e ambiente emerge come una tensione continua: armonie e assonanze si alternano a contrasti e attriti, tra artificio e realtà, tra posa e verità. Le donne di Marco Glaviano non sono figure manovrate, ma soggetti consapevoli, dotati di energia e volontà, parte attiva della costruzione dell’immagine.
Nel percorso umano e professionale di Marco Glaviano si colloca un incontro determinante: quello con Helmut Newton, figura cardine della fotografia del Novecento e altro grande protagonista di quest’esposizione. Un dialogo, quello tra i due artisti, nato nella Milano del 1968 e sviluppatosi nel tempo come confronto tra due visioni affini e complementari, accomunate da un’idea rigorosa e radicale dell’immagine, del corpo e dello sguardo.
Non è casuale che la mostra si inserisca a venticinque anni di distanza dall’unica esposizione mai realizzata a Bologna da Helmut Newton, tenutasi alla fine del 2000 presso Villa Impero e organizzata da Photology: un evento che segnò un momento storico per la città e per la fotografia internazionale. In quell’occasione venne presentato al mondo SUMO, il volume monumentale edito da Taschen che ha ridefinito i confini dell’editoria fotografica, trasformando il libro in oggetto iconico, scultura editoriale e manifesto culturale, aprendo una nuova prospettiva sul rapporto tra fotografia, mercato e collezionismo. La mostra include materiali originali legati a quel momento fondativo, tra cui il volume, materiali editoriali storici, audiovisivi un ritratto fotografico inedito realizzato da Helmut Newton a Marco Glaviano, testimonianza diretta di un’amicizia e di un dialogo tra due grandi protagonisti che hanno inciso in modo indelebile sulla storia della fotografia di moda e di autore.
Accanto alle opere di grande formato, l’esposizione presenta un nucleo particolarmente significativo di cinquantaquattro Polaroid, testimonianza di uno scatto più diretto, immediato e istintivo. Le Polaroid di Glaviano si rivelano come un vero e proprio laboratorio visivo e diario personale, luoghi in cui l’immagine nasce prima di diventare icona, restituendo il backstage della fotografia, la prossimità tra fotografo e soggetto, il gesto non ancora consacrato. In questo senso rappresentano uno spartiacque fondamentale nel linguaggio fotografico: uno strumento di libertà, di verifica immediata,
di intuizione pura, capace di rivelare il processo creativo nella sua forma più autentica, fatta di tentativi, aggiustamenti minimi, spostamenti impercettibili di luce e fiducia.
Il percorso si arricchisce inoltre di una forte dimensione esperienziale ed educativa: una Sala Cinema con materiali video originali d’epoca, una Camera Oscura funzionante e la possibilità per il pubblico di vivere l’esperienza della stampa analogica su carta fotografica tradizionale.
Un’occasione per comprendere come nasceva un’immagine prima dell’era digitale, riscoprendo il valore del tempo, della manualità e della qualità della stampa.
Il progetto è sostenuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e realizzato con il coinvolgimento dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, del Liceo Scientifico Augusto Righi e del Liceo Artistico Arcangeli, contribuendo in modo significativo alla dimensione formativa e culturale dell’iniziativa.
In un tempo dominato dalla velocità e dalla smaterializzazione dell’immagine, la mostra invita a rallentare lo sguardo e a tornare all’origine del vedere.
Tra le sale di Palazzo Vassé, la fotografia riacquista peso, presenza e memoria, trasformandosi da consumo immediato in esperienza condivisa. In questo percorso, anche l’ambiente diventa parte integrante del progetto espositivo, non come semplice cornice ma come strumento di lettura dello spazio e delle immagini.
La presenza di O2 Farm si inserisce all’interno della mostra come intervento progettuale consapevole, volto a interrogare il significato del verde nel racconto contemporaneo dell’architettura e del design. Spesso utilizzato come segno immediato o simbolo rassicurante, il verde rischia di perdere il legame con la complessità dei sistemi ecologici reali. Da questa consapevolezza nasce una distinzione fondamentale: il verde non coincide automaticamente con la natura, né ogni sua presenza genera valore ecologico. L’intervento di O2 Farm assume quindi il verde come dispositivo culturale e progettuale, dichiaratamente temporaneo, che non simula la natura né pretende di sostituirla. All’interno dello spazio espositivo il verde diventa strumento di lettura, capace di mettere in relazione architettura, corpo e immagini, accompagnando il visitatore in un’esperienza più attenta e consapevole. Non si tratta di portare la natura in mostra, ma di rendere visibile un pensiero, contribuendo in modo autentico alla costruzione dell’esperienza estetica e critica del percorso espositivo.
L’esposizione dimostra quanto Galleria Cavour, sotto la guida di Gioia Martini, continui ad ampliare i propri orizzonti affermandosi come crocevia di idee e creatività per aprirsi a contesti culturali internazionali capaci di ridefinire l’idea stessa di lusso quale occasione di arricchimento umano e culturale.

01/02/2026 16:10:38 Nota stampa “A.Lepri”
